L’era digitale ha trasformato profondamente il modo in cui comunichiamo e interagiamo, portando con sé infinite possibilità ma anche nuove sfide sociali, morali e psicologiche. L’autore che intervistiamo oggi, con il suo ultimo libro dal titolo evocativo La cultura del disprezzo. Il rispetto ai tempi dei social, ci invita a riflettere su un tema urgente, che trova nei social media uno specchio amplificante, capace di rivelare e spesso intensificare alcune delle dinamiche più problematiche delle relazioni umane.
Cosa l’ha ispirata a scrivere questo libro?
Amo osservare la realtà e farmi domande. E i social sono da molti anni una parte della mia esistenza: molte cose della mia vita, positive e negative, sono passate di lì. Già il primo libro che ho scritto per questa collana – Le nuove lettere di Berlicche del 2016 – dava ampio spazio al tema delle tentazioni attraverso i social network. Rispetto ad allora il quadro non mi sembra essere migliorato, tutto al contrario. Così in me è cresciuto quello che non posso definire altrimenti se non come un appello interiore che mi ha spinto a tornare nuovamente, sotto un’altra forma, più approfondita, a occuparmi dei rischi collegati all’uso dei social network.
Il titolo del libro, “La cultura del disprezzo. Il rispetto ai tempi dei social”, è molto evocativo. Come definirebbe questa “cultura del disprezzo” che descrive nel libro?
Io direi che la cultura del disprezzo è una visione socialmente diffusa che guarda con favore alla “nullificazione” dell’altro, ridotto a una cosa senza valore. In questo senso è l’esatto contrario dell’amore che, come scrive il grande aforista colombiano Nicolás Gómez Dávila, è «l’atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona».
Il disprezzo è anche in stridente contraddizione col rispetto. Per me il rispetto è essenzialmente il riguardo dovuto alla persona, da stimare nella sua grandezza e da tutelare nella sua debolezza. Può non essere facile definire cosa sia il disprezzo, ma tutti capiamo bene quando manca e soprattutto quando qualcuno ci manca di rispetto.
Comunque sia, il disprezzatore è un disumanizzatore che infligge una morte morale al prossimo. Parlo di una morte simbolica, ma non per questo meno capace di ferire in maniera devastante.
Il rispetto ha qualcosa del pudore: implica sempre una certa “distanza di sicurezza”. Non è invasivo, lascia uno spazio vitale alla persona, condizione indispensabile per lo sviluppo della propria personalità. Più ci accostiamo a qualcuno, più dovremmo averne rispetto. Cosa succede quando ciò non avviene? Possiamo averne una rappresentazione plastica con le nuove tecnologie della comunicazione. Il paradosso è che i social, che pure dovrebbero “connetterci”, spesso e volentieri finiscono in realtà per “sconnettere” emotivamente le persone mettendo le une contro le altre. La cultura del disprezzo è un prodotto di questa disunione profonda tra gli esseri umani.
Parla di disprezzo come “pandemia morale” nel secondo capitolo. Crede che la situazione sia peggiorata con l’avvento dei social, o i social sono solo un riflesso di problemi già esistenti nella società?
Queste tecnologie della comunicazione mi sembrano avere un duplice volto: sono “amplificatori” ma anche “facilitatori”. Intensificano e favoriscono tentazioni e vizi universali, tipici dell’umanità di ogni tempo. I social media poi sono talmente coinvolgenti e rapidi da plasmare anche una mentalità che porta a regredire a uno stadio tribale – potremmo anche dire infantile – dell’umanità dove a farla da padrone è un’istintualità senza norme.
Qualcuno ha parlato di queste tecnologie come di una forma di “perfezionamento del pulsionale”. Credo che Marshall McLuhan avesse più di una ragione a dire che il “medium è il messaggio”. Il mezzo con cui comunichiamo non è neutrale: condiziona anche la nostra personalità. Da notare che lo slogan originale di McLuhan è “il medium è il massaggio”, come a sottolineare la capacità dei media di plasmare il nostro mondo interiore.
Nel libro cita anche il ruolo dei cristiani nei social, accennando a un uso spesso sbagliato della piattaforma. Quali errori comuni ha notato?
Naturalmente non intendo mettermi su un piedistallo per giudicare i miei fratelli nella fede. Sono il primo ad aver seminato disprezzo e discordia in questi anni. Una ormai lunga frequentazione dei social – la mia iscrizione a Facebook risale al 2010 – mi ha portato a mettere seriamente in questione il mio atteggiamento. Di conseguenza ho dovuto interrogarmi anche sul senso delle parole di Cristo, che nel Vangelo esorta i cristiani a essere sale della terra, luce del mondo, città sul monte.
Possiamo pensare che i social media siano un campo escluso dalla missione del cristiano, come se fossero una zona di “libera uscita”? Direi di no. Più di tutti i cristiani dovrebbero essere attrezzati per non farsi sommergere dalla marea montante di “pensieri neri” che imperversa sui social network. La realtà purtroppo è ben diversa: basta mettere piede su queste piattaforme online per rendersi conto del pessimo spazio psicologico e spirituale, ancorché digitale, in cui si muovono i credenti. Colpisce soprattutto il clima particolarmente aspro, per non dire tossico, che caratterizza le discussioni tra cattolici, forse anche più di altri impegnati a gareggiare non nello stimarsi a vicenda, come pure ci invita a fare san Paolo, ma a “mordersi” a colpi di clic.
E il peggio è che non di rado questa malsana emulazione viene giustificata nel nome della virtù, della morale, della giustizia. Come se separarsi dal fratello non volesse dire separarsi anche da Cristo. Noto una grande sottovalutazione del pericolo che il grande Henri de Lubac definiva «scisma di carità». Ecco, il mio libro è un tentativo di mettere in guardia contro questa terribile – e subdola – tentazione che non risparmia nessuno.
Cosa pensa possa fare la società per superare la “cultura del disprezzo” di cui parla? Esiste una speranza di miglioramento?
Mai rassegnarsi o perdere la speranza di poter essere meglio di come siamo adesso. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che il cyberspazio non è un luna park o una passeggiata di salute, ma un vero e proprio campo di battaglia dove si confrontano interessi geopolitici e economici di enorme portata, con tutto quel che ne consegue (propaganda, disinformazione, guerra psicologica, soft power).
Dobbiamo sapere che le piattaforme digitali sono proprietà di colossali società hi-tech che hanno una loro agenda e mirano a fare i loro interessi, non i nostri. E per perseguirli non esitano a far emergere i peggiori angeli della nostra natura. Insomma, sarà meglio accantonare l’idea romantica e francamente ingenua che abbiamo dei social. Un sano bagno di realtà può farci soltanto del bene.
Se potesse lanciare un messaggio agli utenti dei social, quale sarebbe?
In genere più che lanciare messaggi preferisco stimolare riflessioni. Non intendo dare ricette di alcun tipo. Mi fermo molto prima: pongo questioni, metto ingredienti sul tavolo. Spetterà poi a ciascuno, se lo vorrà, il compito di usare gli “ingredienti” trovati nel libro per preparare una ricetta personale, adatta alle circostanze concrete della sua vita. Però certamente non voglio tirarmi indietro né astenersi dall’indicare sentieri che mi sembrano praticabili.
Da questo punto di vista credo che la via maestra rimanga quella indicata da sant’Ignazio di Loyola: agere contra, ovvero contrastare cattive tendenze come quelle favorite dai social esaltando le virtù loro direttamente opposte. Ad esempio l’impazienza esasperata dall’istantaneità della comunicazione va affrontata coltivando la pazienza. La fretta non è mai una buona consigliera.
Il nostro cuore è conteso da paure e desideri. In generale sono più che convinto che sia la paura a spingerci a usare i social come valvola di sfogo. La paura però apre porte tenebrose. Se devo indicare un messaggio da lanciare, non posso indicare altro che l’invito di Giovanni Paolo II: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Solo lui può appagare i nostri desideri e scacciare le nostre paure.
Pensa che in futuro i social potrebbero evolversi in qualcosa di positivo per la società, o crede che il loro impatto negativo sia ormai irreversibile?
I social possono essere usati a fin di bene: è un fatto. Penso alla rete di solidarietà fraterna che si è attivata per aiutare un’amica che di recente ha perso la casa per via di un incendio. O ancora a catene di preghiera come quella lanciata sui social nel 2021 per chiedere l’intercessione di Suor Maria della Purissima – la recordwoman spagnola della santità, essendo stata canonizzata a tempo di record – per ottenere la guarigione miracolosa (poi verificatasi) di un 44enne finito in coma a causa di un arresto cardiorespiratorio durato quasi mezz’ora, con danni cerebrali considerati irreversibili al punto di essere ormai stato dato per spacciato dai medici che lo avevano dichiarato “clinicamente morto”.
I social non sono un terreno proibito, da disertare: piuttosto sono un terreno minato, da bonificare. Questa opera di risanamento è senz’altro possibile a patto di essere consapevoli di dover andare controcorrente. Perché le piattaforme digitali non sono progettate per esaltare le parti più nobili del nostro animo, questo è certo.
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